Coronata

Fino a pochi anni fa, quando si saliva a Coronata, la sensazione non era delle migliori: la cementificazione selvaggia degli anni ’50 e ’60 e, sullo sfondo, le acciaierie sembravano aver stretto come in una morsa mortale queste colline. Poi le ruspe sono andate via, la produzione di acciaio è cessata e, per quanto abbia creato problemi occupazionali alla città, questo cambiamento ha restituito la vita a Coronata.

Perchè il destino di Coronata non è l’essere periferia di un borgo industriale. La sua vocazione è invece prevalentemente agricola. Un’agricoltura di qualità. Il bianco DOC di questi luoghi ha una storia davvero antica: furono i monaci della badia di Sant’Andrea degli Erzelli a introdurvi la vite già nel XII° secolo. Di questo vino, apprezzato durante il suo soggiorno genovese, parlò anche Stendhal nel suo celeberrimo resoconto di viaggio intitolato Viaggio in Italia. Il bianco Val Polcevera Coronata si produce con le uve dei vitigni Bianchetta Genovese, Vermentino e Albarola da soli o congiuntamente per almeno il 60%; possono inoltre essere utilizzate le uve dei vitigni Pigato, Rollo e Bosco per un massimo del 40%. Deve avere una gradazione alcolica non inferiore a 11 gradi. Va consumato entro un anno dalla vendemmia e servito a una temperatura tra i 10 e gli 11 gradi. Ha un colore giallo paglierino, con lievi riflessi dorati. L’odore delicato ma il gusto intenso, un retrogusto leggermente sulfureo lo rendono compagno ideale del pesto genovese e della cucina ligure in generale. Rigido è il disciplinare di produzione, basta dare un’occhiata al sito della Camera di Commercio: http://images.ge.camcom.it/f/agricoltura/va/valpolcevera.pdf

Una storia antica, quella di Coronata. E non solo per il vino. L’aristocrazia genovese sceglieva questi luoghi come residenza estiva, per qualche attimo di relax, a due passi dagli affari familiari e di Stato. Un tempo erano qui le ville dei De Ferrari, dei Pallavicini e dei Brignole Sale. Fu la duchessa di Galliera a voler costruire l’Istituto San Raffaele, nel 1887, in prossimità della propria residenza. Oggi l’Istituto e la villa sono stati adibiti a casa di riposo.

Preziosissimo è il patrimonio religioso di Coronata, in primis con il Santuario N.S. della Coronata
Il culto di questa Madonna è molto antico e si sostituì con “Santa Maria di Columnata” al precedente “San Michele Arcangelo“, che era venerato in una costruzione più piccola dell’attuale edificio. Data la collocazione sul colle e l’attribuzione all’Arcangelo, si può definire la prima edificazione fatta in età longobarda. La trasformazione in Santuario dedicato alla Madonna si ebbe nel secolo XII dopo un evento ritenuto miracoloso. La devozione alla Vergine Incoronata è legata a una storia popolare. Alcuni marinai, sorpresi da una tremenda tempesta, ripararono su una scialuppa di salvataggio, portando con sé una statua della Madonna. I pescatori di Sampierdarena soccorsero i naufraghi e collocarono la statua della Vergine nella loro chiesa. Il giorno dopo, la sacra effigie era scomparsa; fu ritrovata a Coronata su un albero di castagno. Per altre due volte si ripeté il singolare evento. La Madonna voleva abitare su questa ventilata collina. L’attuale santuario risale a un periodo compreso tra il 1486 e il 1487 in cui il futuro papa Giulio II° (cardinale Giuliano Della Rovere), assieme alla famiglia Spinola, si adoperarono per far riunire in una unica costruzione la chiesa di Santa Maria di Coronata e la cappella di San Michele, costruzione che sarà poi consacrata nel 1502.

Molte sono le opere d’arte presenti sia nella chiesa che nell’oratorio dell’Assunta posto sul piazzale sottostante la chiesa stessa. Da ricordare la statua lignea policroma venerata: Madonna con Bimbo sulle ginocchia (XV° secolo). Caratteristiche anche le statue, vestite con costumi dell’epoca, di “Paciugo e Paciuga presenti nella galleria della chiesa a ricordo della popolare leggenda.
Nel corso del Cinquecento e del Seicento, grazie al sostegno economico di alcune famiglie della nobiltà genovese, il tempio si arricchisce di preziose opere d’arte, alcune delle quali, fortunatamente, si sono salvate dal bombardamento che colpì chiesa e monastero nel 1943.
La vita del Santuario non fu sempre facile. Il Settecento, dopo il lieto evento dell’Incoronazione della statua della Vergine (1740), decretata da papa Clemente XII, portò momenti tristi; le devastazioni perpetrate dalle truppe austriache (1747), gli eventi dell’epoca napoleonica. Solo all’inizio del secolo XX cominciò una lenta ripresa con l’avvio di un grandioso restauro della chiesa, che nel 1940 era ritornata al suo splendore cinquecentesco. Ma in un attimo, il 9 novembre 1943, tutto rischiò di scomparire per sempre, quando un terribile bombardamento aereo colpì il complesso ecclesiastico. Fortunatamente molte cose si sono salvate, come la bellissima facciata, il campanile, l’intera cappella della Madonna e altri elementi della chiesa insieme a una parte delle sue opere d’arte; il resto fu riedificato in una ricostruzione “conservativa”.

Sotto al Santuario, scendendo verso Campi troviamo un altro gioello: l’Abbazia del Boschetto
Un’iscrizione ancora visibile ricorda come il nobile Magnone Grimaldi, nel 1311, fece qui erigere una piccola cappella che, verso la metà del secolo cominciò a essere indicata come “ecclesia”. Al 1410 risale la prima presenza al Boschetto dei Benedettini, ai quali le famiglie Spinola e Grimaldi avevano donato la chiesetta e una piccola casa, prima residenza dei monaci. Nel corso del XV secolo, grazie al munifico intervento di vari esponenti delle nobili famiglie Grimaldi, Spinola e Doria, il primitivo monastero viene trasformato nel grandioso complesso che ancora possiamo ammirare e l’originaria cappella diventa la chiesa, consacrata, come quella di Coronata, nel 1502 da Mons. Domenico Valdettaro. I Benedettini, che già nel 1747 avevano dovuto abbandonare il monastero occupato dalle truppe austriache, sono costretti a lasciarlo ancora una volta in seguito ai provvedimenti di soppressione degli ordini religiosi decretati dai governi napoleonici (1810). Il complesso diventato proprietà di privati cambiò destinazione; molte delle sue opere d’arte furono vendute a varie chiese. I monaci, tornati nel 1912, rimasero ancora fino al 1958; dal 1960 il complesso passò all’Opera Don Orione, alla quale è tuttora affidato.
Del glorioso passato conserva innumerevole tracce, tra le quali sono di estremo interesse le tombe marmoree quattrocentesche di Tedisio Doria, Cattaneo Grimaldi, Battistina Doria, e cinquecentesche del doge Giambattista Spinola, Paolo Doria, Pellegrina Doria e Giambattista Buzallino.